Gaetano Greco Interview, part 1 (English see below)

Introduzione
Nonostante le sue forze stessero lentamente venendo meno e fosse consapevole che non gli restava molto tempo, pochi giorni prima di lasciarci, Gaetano ha voluto, con lo spirito leggero ma sempre combattivo che lo ha accompagnato per tutta la sua vita, dedicare a tutti noi un ultimo, prezioso momento, per condividere i ricordi e le riflessioni della sua lunga e significativa esperienza politica.
Le sue parole, che riportiamo in una pubblicazione a puntate a partire da questo numero di Nuovo Paese, sono un ultimo gesto di grande generosità verso tutti noi e una testimonianza che ci invita a riflettere e a continuare la lotta che Gaetano ha portato avanti con passione, coraggio e un profondo senso di responsabilità, nell’arco della sua vita.
Più di un semplice racconto personale, le sue riflessioni sono una finestra aperta sulle lotte, le contraddizioni e le vittorie di un uomo che ha compreso il valore dell’azione politica e la necessità di rimanere radicati nella propria comunità ma aperti al mondo. Gaetano parla con lucidità e convinzione dell’importanza di costruire ponti tra le istituzioni e i movimenti di base, del valore dell’unità in un momento delicato come quello che il mondo sta attraversando e della necessità, oggi più che mai, di una politica consapevole della questione di classe in un’epoca segnata dalla frammentazione e dal dominio dell’ideologia neoliberista.
Le sue parole sono un invito alla mobilitazione per chi crede nel potere trasformativo dell’azione collettiva, e un promemoria che il cambiamento reale nasce non dall’isolamento, ma dal lavoro paziente e costante di costruzione di connessioni tra persone, tra comunità, e tra generazioni.
Condividiamo questa intervista per onorare la vita di Gaetano, il suo instancabile impegno politico e il profondo impatto che ha avuto su chi lo ha conosciuto. La sua voce, tenace e generosa, resta una presenza viva e significativa. Un invito a ricordare, a riflettere e, soprattutto, a continuare a lottare.
Sono nato in Sicilia, in provincia di Siracusa, in una cittadina chiamata Floridia. Mio padre era ateo e comunista e suo padre prima di lui era socialista.
Floridia era una cittadina di ventimila abitanti e alla fine degli anni Quaranta, in Sicilia, la Chiesa dominava. Mio padre però della religione non ne voleva sapere, tanto che non si è nemmeno voluto sposare in Chiesa. Dopo la formazione della Repubblica, è andato da mia madre e le ha detto: “Se mi vuoi sposare, lo dobbiamo fare fuori dalla Chiesa”. Fu uno scandalo generale, ma a mio padre non importava e alla fine si è fatto come ha voluto lui e si sono sposati con il sindaco, in Comune.
Ce l’aveva sempre con i preti, perché si rendeva conto che il potere era lì. E se ne rendeva conto anche attraverso il suo lavoro, perché faceva il mediatore, ossia comprava i prodotti dai contadini e li vendeva ai commercianti. Un sanzale lo chiamavano. Era un buon lavoro e tanti gli dicevano: “Ma tu hai sempre i soldi in tasca. Perché hai queste idee?”. E lui rispondeva. “Proprio per quello, perché con il lavoro che faccio conosco bene entrambe le situazioni, vedo le condizioni in cui vivono i contadini”. Ecco, sono state le sue idee, è stato lui ad avere una grande influenza sulla formazione del mio pensiero politico.
In Australia mio padre è venuto nel 1952, da solo. Non è venuto con programmi assistiti, è venuto per conto suo, per vedere com’era qui. Poi ha cominciato a lavorare nelle miniere. Quando sua madre ha saputo che lavorava nelle miniere è scoppiata in lacrime. “Ma chi te l’ha fatto fare?”, gli diceva. Mia madre l’ha poi raggiunto nel 1954, con la loro unica figlia all’epoca, Sebastiana, e si sono stabiliti in Australia definitivamente. Allora il lavoro c’era, ce n’era molto di più di oggi. Però poi c’erano pure periodi di crisi, dove il lavoro mancava, ma mio padre, pur non avendo fatto le scuole, aveva solo la licenza elementare, era una persona intraprendente e aprì un banco di frutta.
La sua influenza ha avuto un grande impatto sulla mia crescita. Quando eravamo piccoli non voleva che andassimo in chiesa. Non voleva nemmeno che a scuola ci insegnassero religione. Anche se frequentavamo scuole pubbliche, infatti, c’erano le ore di religione, ma lui non dava mai l’assenso perché noi le frequentassimo.
Per quanto riguarda la sua attività politica, non è mai stato iscritto ad un partito qui in Australia. Era vicino ad ambienti del partito comunista australiano, ma non ha mai perso la tessera, perché non parlava bene inglese e non l’ha mai imparato, ce l’aveva con il dominio culturale della classe dirigente anglo-sassone. Sentiva come un’imposizione il fatto che dovessimo essere come loro, una cosa che chi è emigrato può capire. La sentiva così forte che questo si rifletteva in lui nel non voler acquisire la lingua inglese.
Le sue scelte su di me hanno avuto un peso. Pensa che, quando ero molto piccolo, 5 o 6 anni, mi sentivo che mi dovevo giustificare perché non facevo le ore di religione. Mi ricordo che mi davano un pallone e andavo fuori a giocare con i bambini di religione musulmana e gli altri. Le lezioni di religione allora insegnavano solo il cristianesimo. Questo fatto di dovermi giustificare ha però fatto nascere in me l’esigenza di dovermi informare, per rispondere agli altri ragazzi che mi chiedevano: “Ma perché tu non sei credente?”. E quando ne parlavo con mio padre lui mi diceva: “Fino a quando tu hai 18 anni è così, poi se vuoi diventare prete, fai come vuoi. Ma finché sei sotto il mio tetto queste sono le regole. Niente croci, crocifissi ecc.”. Tutto questo per me era anche difficile perché, quando sei piccolo vuoi stare con il gruppo hai bisogno di sentirti accettato. Però poi quando ci rifletti tutto cambia, perché crescere in questo modo ti apre la mente ad altri modi di pensare, ad altre possibilità.
Crescendo, a casa mia si poteva guardare solo l’ABC, nessun canale commerciale. Questo anche se mio padre non capiva bene l’inglese e poi chiedeva a noi spiegazioni su quello che la televisione diceva. Nonostante ciò, a casa si guardavano sempre le notizie, gli approfondimenti, i dibattiti politici e così via. E se capitava che ci fosse qualche personaggio che a lui non piaceva, come Nixon, o Kennedy ad esempio, prendeva la prima cosa che gli capitava per le mani e la tirava verso la televisione. E noi bambini dicevamo: “Ma papà, ma cosa stai facendo?”. E lui ci rispondeva: “Ma quello è un farabutto. Quelli sono criminali di guerra”. Ammirava Mao Tze Tung, “quelli sono i veri uomini”, diceva. Ma noi eravamo piccoli e all’epoca non capivamo. Poi però abbiamo capito.
Da qui nasce il mio percorso formativo verso la politica. Da mio padre e io in famiglia devo dire che sono stato quello più al suo fianco, anche se lui era un vecchio stalinista e noi per questo avevamo tanti contrasti politici. “Tu sei stalinista, sei chiuso” gli dicevo. Crescendo i contrasti tra noi si sono fatti forti.
Gaetano’s Interview, first part
Introduction
Even as his strength was slowly fading, and fully aware that his time was drawing to a close, just a few days before leaving us, Gaetano, with the lightness of spirit and unwavering resolve that had defined him throughout his life, chose to gift us all with one final, precious moment—sharing the memories and reflections of his long and meaningful political journey.
His words, which we present in a series of episodes starting with this issue of Nuovo Paese, are a final act of profound generosity—a testament that invites us to reflect and to continue the struggle that Gaetano carried forward with passion, courage, and a deep sense of responsibility throughout his life.
More than just a personal story, his reflections offer a window into the struggles, contradictions, and victories of a man who understood the value of political action and the necessity of staying rooted in one’s community while remaining open to the world.
Gaetano speaks with clarity and conviction about the importance of building bridges between institutions and grassroots movements, the value of unity in these challenging times, and the urgent need—now more than ever—for a politics that acknowledges the reality of class struggle in an era marked by fragmentation and the dominance of neoliberal ideology.
His words stand as a call to mobilisation for those who believe in the transformative power of collective action, and as a reminder that real change does not arise from isolation, but from the patient, constant work of building connections—between people, between communities, and across generations.
We share this interview to honour Gaetano’s life, his tireless political commitment, and the profound impact he had on those who knew him. His voice, dedicated and generous, remains a powerful and enduring presence—an invitation to remember, to reflect, and, above all, to continue the fight.
I was born in Sicily, in the province of Syracuse, in a small town called Floridia. My father was an atheist and a communist, and his father before him was a socialist.
Floridia was a town of about twenty thousand inhabitants. In Sicily, at the end of the 1940s, the Church had a dominant presence, but my father wanted nothing to do with religion – so much so that he didn’t even want to get married in church. After the establishment of the Republic, he told my mother: “If you want to marry me, we have to do it outside the church.” Everyone was scandalised, but he didn’t care, and in the end, they were married by the mayor at City Hall.
He always had a problem with priests. He saw where the power was concentrated. For work, he was a broker – buying from farmers and selling to merchants. They used to call it a sanzale. It was a good job, and many would say to him: “You’ve always got money in your pocket – why do you have these ideas?” And he would reply: “Precisely because of my job. I see both sides, I see the conditions the farmers live in.”
It was his ideas, his perspective, that had a huge influence on the development of my own political thinking.
My father came to Australia in 1952, on his own. He didn’t come through assisted migration schemes—he came on his initiative, to see what life was like here.
He started working in the mines. When his mother found out he was working in the mines, she burst into tears. “Who made you do this?” she asked him.
My mother joined him in 1954, bringing their only child at the time, Sebastiana, and they settled permanently in Australia.
Back then, there was work—much more than there is today. Of course, there were also periods of crisis, times when work was scarce, but my father, even though he only had a primary school education, was resourceful and opened a fruit stall.
His influence had a big impact on my upbringing. When we were children, he didn’t want us going to church. He didn’t even want us to take religious education classes at school. Even though we went to public schools, there were religious lessons, but he never permitted us to attend.
As for his political involvement, he was never officially a member of any party here in Australia. He was close to circles around the Australian Communist Party, but he never took out a membership card—he didn’t speak English well and never wanted to learn it. He resisted learning English because he disliked the cultural dominance of the Anglo-Saxon ruling class.
He felt this pressure, this expectation that we had to become like them—and anyone who has emigrated can understand this feeling. He opposed it so strongly that it even showed in his refusal to learn the language.
His choices shaped me profoundly. Just imagine: when I was very young, maybe five or six years old, I already felt I had to justify myself for not attending religious classes. I remember they would give me a ball, and I would go outside to play with the Muslim kids and others.
Back then, religious education was all about Christianity. Having to explain why I wasn’t a believer made me feel like I had to seek out information, to find answers for the other kids who would ask me: “Why don’t you have faith?”
Whenever I spoke about it with my father, he would say: “As long as you’re under my roof, this is how it is. Once you turn 18, if you want to become a priest, you’re free to do so. But until then, these are the rules: no crosses, no crucifixes, no religion.”
It was tough for me, because as a child, you want to belong to the group. But when you think about it later on, it’s different. Growing up in that environment opens your mind to other ways of thinking, to different possibilities.
Even as I got older, in our house, we were only allowed to watch the ABC—no commercial channels.
This, even though my father didn’t fully understand English; he would often ask us to explain what was being said on television.
Still, we always watched the news, current affairs programs, and political debates.
And if someone came on TV whom he didn’t like—Nixon, Kennedy, for example—he would grab whatever was nearby and throw it at the screen. We kids would say: “Dad! What are you doing?” And he would reply: “That guy is a scoundrel. They’re all war criminals.”
He admired Mao Zedong. “Those are the real men,” he would say.
Of course, we were kids, and we didn’t understand it at the time. But later, we did.
That’s where it all started for me. In the family, I was the one who stood by my father the most—even though he was an old-school Stalinist, and we often clashed politically.
I used to tell him: “You’re a Stalinist, you’re rigid!”
As I grew up, those disagreements between us became quite intense.
